Baskets and Fracas

English


I stopped following professional sports decades ago, despite being a sportsman of the real variety—of practice, not passive attendance. A friend sometimes invites me to local NBA G League (G stands for Gatorade, the main sponsor of the league, because money has to flow, always) basketball games—he has season tickets—and occasionally I go, much more for the company than the match itself. I don’t even like basketball: the scoring is way too high. When each team racks up over 100 points, my attention can’t keep up—it comes and goes, but mostly it goes. At times, I am surprised that one of the teams has a lead of over twenty points: I realize I was thinking about something else, probably for quite some time.
But the sport itself is far from being the worst shareable on the menu. What I witness at those games is dreadful, a modern dopamine-fueled nightmare. Metal detectors at the entrance beep for loose change or a key. Barcodes are scanned: a beep says you can get in. Beeps are heard everywhere—like, back in the day, the chirping of sparrows in a park.

Every timeout becomes a festival of noise and kitsch: blaring music, dancing children on the jumbotron, cheerleading exhibitions starring retirees or preteens whose best times have either passed or have yet to come, two-minute contests in which an unsuspecting fan—say, a girl or a middle-aged man—is dragged onto the court to attempt a shot with movements so biomechanically unsound that I can almost hear their shoulder joints begging for mercy.
The teacher of the month is awarded a plaque—who knows how the voting works, but those who win celebrate, and those who lose complain anyway. The award is offered by a sponsor, it could be a bank, a local business, the city. Difficult to say who did what—there are dozens of them. A season-ticket holder is allowed a few awkward steps onto the court and a hug from their family, while people on the stands reflexively clap, maybe dreaming that, one day, they will be invited onto the court themselves and have their smiling picture taken, themselves under the spotlight for a few seconds.

After five minutes of uninterrupted play, people start to salivate, wondering what will break the boredom: a raffle, a video review of a foul, or some semi-famous ex-athlete caught on camera and projected onto the big screen. Socks and T-shirts, tossed by the in-house entertainers, fly into the crowd like bait—or soft grenades. Retirees wrestle themselves out of their seats to catch them, as if the cotton held salvation.
Cops stand watch on the court to ensure no graybeard or kid tries to assault the refs. The men and women in blue look alert but not worried. There will be plenty of time to react to the court invasion: the old fellas are slow as hell, the kids should ditch their popcorn beforehand, their intentions known well in advance. A draft beer costs $15. Plus tip: 22% is strongly suggested as the minimum.

When I leave, I’m exhausted, defeated, a bundle of over-stimulated nerves—I ask myself who made me submit to such torture. I wonder whether the audience, instead of paying for the tickets, should be paid as guinea pigs for an Orwellian experiment on how to mess up the nervous system by way of chaotic and non-stop sensory stimulation, disguised as entertainment.

Give me back the sport of 50 years ago—amateur, simple—or please, never invite me again.


Italiano


Ho smesso di seguire gli sport professionistici decenni fa, pur essendo uno sportivo di quelli veri: di pratica, non partecipazione passiva. Un amico mi invita a volte alle partite di basket della NBA G League (la G sta per Gatorade, lo sponsor principale della lega, perché i soldi devono circolare, sempre)—ha l'abbonamento stagionale—e ogni tanto ci vado, più per la compagnia che per la partita in sé. Non mi piace nemmeno il basket: il punteggio è troppo alto, i tiri a canestro si susseguono. Quando ogni squadra segna più di 100 punti, la mia attenzione non riesce a stare al passo: va e viene, ma soprattutto va. A volte mi sorprende che una delle squadre abbia un vantaggio di oltre venti punti: mi rendo conto che stavo pensando ad altro, probabilmente da tempo.
Ma lo sport in sé è ben lontano dall'essere il peggior piatto del menu. Quello a cui assisto in quelle partite è terrificante, un moderno incubo a base di dopamina. I metal detector all'ingresso fanno un bip che segnala la presenza di spiccioli o chiavi in tasca. I codici a barre vengono scansionati, un bip indica che si può entrare. I bip si sentono ovunque, come, un tempo, il cinguettio dei passeri in un parco.

Ogni timeout diventa un festival del frastuono e del kitsch: musica a tutto volume, bambini che ballano sul maxischermo, esibizioni di cheerleader con pensionati o preadolescenti i cui giorni migliori sono già passati o devono ancora arrivare, competizioni di due minuti in cui un tifoso qualunque—una ragazza o un uomo di mezza età—viene trascinato in campo per tentare un tiro a canestro con movimenti così biomeccanicamente spericolati che quasi si sentono le articolazioni delle loro spalle implorare pietà.
L'insegnante di scuola del mese viene premiato con una targa: chissà come funziona la votazione, ma chi vince festeggia e chi perde si lamenta comunque. Il premio è offerto da uno sponsor, può essere una banca, un'azienda locale, il comune. Difficile dirlo, di sponsor ce ne sono a decine. A un abbonato stagionale è concesso qualche goffo passo in campo e un abbraccio della famiglia, mentre la gente sugli spalti applaude di riflesso, magari sognando di essere invitata un giorno a scendere in campo e a farsi fotografare sorridente, sotto le luci dei riflettori per una manciata di secondi. 
Dopo cinque minuti di gioco ininterrotto, la gente inizia a salivare, chiedendosi cosa arriverà a rompere la noia: una riffa, la revisione video di un fallo, o qualche ex atleta semi-famoso ripreso dalle telecamere e proiettato sul grande schermo. Calzini e magliette, lanciati dagli animatori ufficiali della squadra di casa, volano tra la folla come esche per siluri, o granate che non esplodono. I pensionati si dimenano per afferrare gli indumenti, come se con il cotone arrivasse il perdono dei peccati.
I poliziotti sorvegliano il campo di gioco per assicurarsi che nessun brizzolato o ragazzino tenti di aggredire gli arbitri. Gli uomini e le donne in blu sono attenti ma non preoccupati. Ci sarà tutto il tempo per reagire all'eventuale invasione di campo: i vecchietti sono lenti come la guerra, i ragazzini dovrebbero posare i popcorn prima di correre, le loro intenzioni intuibili con largo anticipo. Una birra alla spina costa 15 dollari. Più la mancia, è chiaro: il 22% è fortemente suggerito come base dalla quale partire.

Quando la partita termina ed esco dal palazzetto, sono esausto, sconfitto, un fascio di nervi sovrastimolati: mi chiedo chi mi abbia costretto a sottopormi a una simile tortura. Mi domando anche se il pubblico, anziché pagare per l’ingresso, non debba invece essere remunerato per avere fatto da cavia per un esperimento orwelliano su come sconquassare il sistema nervoso attraverso una stimolazione sensoriale caotica e ininterrotta, camuffata da intrattenimento.

Ridatemi lo sport di 50 anni fa—amatoriale, semplice—o per favore, non invitatemi mai più.